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Libri: " Fuori dal coro Ruggero Zangrandi Una biografia "

Baldini&Castoldi editore, Milano 1998, pp. 360

Edizione economica nei Nani, stesso titolo e stessa casa editrice

"Un’esistenza come quella di Ruggero Zangrandi è, apparentemente, la somma di tutte le possibili contraddizioni. Compagno di scuola di un figlio del duce, giovanissimo ma già autorevole collaboratore del Popolo d’Italia, è fascista ma insegue il sogno, comune a buona parte della generazione cresciuta in quegli anni, di riformare il regime dall’interno, iniziando così quell’apprendistato attraverso le trame del potere e i segreti della politica che rappresenteranno il motivo conduttore della sua vita. Da fascista Zangrandi diventa poi comunista. Un passaggio che paga tutto di suo, e in sofferenza sonante: lo studente già addentro ai circoli culturali del regime vive in breve successione la drammatica esperienza del carcere (a Regina Coeli, accusato di spionaggio a favore dell’Urss) e quindi, occupata Roma dai nazisti, del trasferimento in Germania, in un lager dal quale tornerà ridotto a un’ombra d’uomo. Al suo rientro in Italia, nell’agosto 1945, Zangrandi è comunista: continuerà ad esserlo – in modo scomodo e talvolta caparbiamente provocatorio come durante la crisi del 1956 – sino alla fine. Lo sarà, come giornalista di punta di Paese Sera e di altri giornali d’opposizione, in anni in cui lo scontro fra le sinistre e il regime democristiano rischiano d’appiattire – e non solo nel giornalismo – ogni possibile spazio di autonomia intellettuale. E tuttavia, proprio negli anni della guerra fredda e del centrismo imperante, delle trame sifaritiche e dei sospettosi ukase dell’intellighenzia di partito, Zangrandi percorre la sua operosa parabola. Se, sin dal 1956, col romanzo La tradotta del Brennero s’impone al grande pubblico, come giornalista si fa conoscere per le sue documentatissime inchieste. Per la sua determinazione nel fare i conti con le zone d’ombra della nostra storia (fossero l’adesione di vasti strati di intellettuali al fascismo o la continuità del potere al di là del crollo del regime), Zangrandi è considerato una mina vagante. Dà fastidio il suo anticonformismo capace di concretizzarsi in iniziative giornalistiche di successo. Irrita il suo gusto elitario, la sua propensione a scompigliare schieramenti, a scandagliare nelle pieghe segrete del ricambio - più fittizio che reale – di una classe dirigente, di governo e di opposizione, che Zangrandi giudicherà severamente e dalla quale non sarà mai accettato. Condannato, sino alla tragica fine, al ruolo di voce fuori dal coro, alla difficile parte di transfuga, di alleato scomodo, di bastian contrario. Un’esistenza tumultuosa e attivissima, quella di Zangrandi, che Aldo Grandi ha saputo delineare magistralmente in una biografia che viene qui riproposta, arricchita da materiali inediti, dopo il suo primo apparire accolto dai giudizi positivi degli storici e dei grandi quotidiani".

Oreste del Buono